Un certo tipo di mese

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Sì, lo so che devo piantarla con questi titoli.

Il ventiquattro di febbraio usciva il mio primo romanzo, Un certo tipo di tristezza. Noi umani tendiamo a dare un significato alle date, al passare dei giorni, quindi si può dire che ieri è stato il mesiversario dell’uscita. Si può dire, ma noi che siamo persone serie non lo diremo e ci limiteremo a constatare che sì, sono passati ormai più di trenta giorni.
Ci sono molte cose che scopri solo quando un tuo lavoro finisce nelle mani altrui: prima di tutto, le potenzialità del confronto. Un esordiente che si è aggrappato alla testa per evitare che finisse tra le nuvole sa cosa aspettarsi in fatto di vendite e compensi, ma non sarà mai abbastanza preparato alle parole degli altri. Io, devo dire, sono stata fortunata. Ho ricevuto pareri, consigli e indicazioni da personcine bellissime, che mi hanno spinto a riflettere e considerare le opinioni di chi si è fatto lettore.
Il rischio di tramutarsi in un pavone è tangibile: ci sono i parenti che si sbrodolano in lodi eccessive, c’è chi ha letto appena mezza pagina giusto per poter citare un nome che non fosse sbagliato e ti dice che adora tutto, c’è chi sgancia solo un timido aggettivo per togliersi dall’impiccio. Chi ti dice “bello” rimane nel tuo cuore a lungo, perché basta poco per far felice uno scrittore. Ma non ti aiuta a crescere.
C’è poi il lettore-samaritano, ovvero colui che si prende la briga di annotare cosa non lo convince e te lo porge in dono, spesso fraintendendoti, ergendosi a critico quando magari ha letto solo Il piccolo principe, e ti fa notare errori che se ti chiamassi Ammaniti sarebbero i punti forti del tuo stile. Questo, però, aiuta: i lettori sono lì fuori, e sono eserciti con in mano solo il loro giudizio. Fino a prova contraria era per questi che scrivevi. Fattene una ragione, e se in cinquanta criticano proprio quel punto lì non è perché non leggono abbastanza e non hanno capito. È perché tu devi riuscire a parlare con loro.
C’è anche altro, e devo dire che c’è molto. Più del guadagno economico, più dello scalare le strane classifiche dai misteriosi algoritmi che, si dice, le conquisti cliccando sette volte in basso a destra nelle notti di luna piena se intanto esprimi un desiderio, mi interessa proprio la voce di chi legge. Te la devi conquistare, perché il lettore è un animale diffidente. Ha preso già troppe batoste, ha una reputazione da mantenere e non ti darà mai cinque stelline perché sei uno di quelli lì: un esordiente, un emergente. Sei uno che scrive, e fa un po’ senso. Hai dentro quell’emotività che ribolle, quella voglia di fare le settecentosessantadue domande che vorresti fare (e sono solo sul primo capitolo), hai addosso la frustrazione dei “bello” ricevuti in fretta quando volevi notti di passione in cui, nel silenzio, una bocca ti avrebbe dato il piacere che sogni da quando hai vita: una recensione che tocchi ogni aspetto di cui parlavi, che commuova, che dia un senso al lavoro che hai fatto.
Rassegnati: gli scrittori, che siano puri o incroci bastardi tipo gli emergenti, sono una razza che si nutre di insoddisfazione. I lettori non ti capiranno, non ti vorranno, non sarai mai abbastanza. E allora nutriti, e stai zitto, e sii grato.
Io ci sto provando, e di commenti sto diventando grassa. Come dicevo, sono fortunata. Forse sono partita con le aspettative giuste, e ora che addirittura c’è chi mi loda rimango a bocca aperta. Dopo un mese, posso dirlo: è bello. In barba a chi non leggerebbe nemmeno se farlo potesse salvargli la vita, in barba a chi si vergogna di esistere perché mettere “mi piace” a una pagina sarebbe uno sforzo eccessivo ma poi mi invita a farlo con l’arancineria del fratello della fidanzata dell’amico che si trova in Sardegna (e io, in Sardegna, non ci sono mai stata. Scusa, tizio a caso: dubito che andrò mai nella tua arancineria sarda), io mi sto divertendo.
Se vi capita di leggere il mio romanzo, fatemi un favore: divertitevi anche voi. E poi ditemelo. Non c’è bisogno di diventare dei critici d’arte: se poi vi piace, basta un “bello”. Davvero.

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