Cosa ho imparato dal mio (temporaneo) lavoro da intervistatrice sugli autobus

– Molta gente non fa il biglietto. Una percentuale di questa gente non ha origini italiane. Chi non ha il biglietto e ha origini italiane dirà quasi sempre che la colpa è degli immigrati che non hanno mai il biglietto e ci rubano il lavoro.
– Le risposte più gettonate alla domanda “dove scende?” sono: al supermercato; alla posta; all’ospedale; a casa di mia zia; non lo so. Gli autobus sono popolati da gente molto confusa. Anche perché magari potrei sapere dove sia l’ospedale, ma casa della zia la vedo dura.
– La reazione della persona senza biglietto è quasi sempre un disperato tentativo di farne materializzare uno nel proprio portafogli, cercandolo per mezz’ora. Non capisco perché non si rassegnino al fatto che se non ce l’hanno sanno di non averlo e, spero, sanno che non ne comparirà uno dal nulla. Però quando dico che non sono un controllore si bloccano e il delirio scompare. Mi domando quale sia il loro piano: forse sperano di sfinire il controllore e vederlo andar via.
– Sappiate che le signore di mezza età di Monza sono devastate dalla sopressione di un autobus della domenica. Sappiatelo. Me lo hanno detto in decine e dovrei proprio scriverglielo, a quelli lì degli autobus, in qualche modo. Che io venga piazzata a far domande alle cinque del mattino a Monza dovrebbe suggerire che forse non faccio parte della dirigenza, ma magari non è chiaro.
– La gente adora lamentarsi di quanto fatica ad andare a lavoro alle sei, specialmente con una che parte alle tre per stare ore in piedi a fare interviste e sulla quale, ovviamente, ricade la responsabilità degli autisti che si ammalano e saltano le corse e così facendo creano difficoltà ai lavoratori veri. Mica come noi scansafatiche.
– Se chiedo quale sia il motivo del tuo viaggio non è per farmi gli affari tuoi o perché muoio dalla voglia di sapere che stai andando a trovare tua nipote che fa la terza elementare ed è tanto carina. Giuro.
– Se, allo scopo di guidarti ed evitare la storiella, pongo la domanda dicendo “qual è il motivo del suo viaggio? Lavoro, studio, altro…?”, in caso sia “altro” basta dire “altro“. No, davvero. Non è che propongo le alternative per stimolarti a svilupparle. No, non voglio sapere che lavoro fai. Ma sul serio credi che sul modulo io scriva “il passeggero doveva andare al mercato, che ci sono scarpe che costano poco”?
– Vi ho già detto che a Monza hanno soppresso una corsa della domenica?
– Se non hai il biglietto, io ti rispondo che non sono un controllore e quindi ok. Questo non crea un legame emotivo fra noi due. Non c’è bisogno che mi racconti come mai non hai il biglietto, anche perché intanto stanno salendo decine di persone e io dovrei lavorare. Ma fai tu, eh.
– Dirmi alla fine dell’intervista se ora puoi farmela tu, una domanda, per poi non fare nessuna domanda ma parlare del fatto che l’autobus non passa davanti al tuo portone e tu sei un lavoratore che paga le tasse e invece agli immigrati diamo le batterie di pentole in acciaio inox, non è originale. No. Mi spiace. Non lo è. E no, non potrò aggiungere nelle note del mio modulo “il passeggero inizia a delirare su quanto sia dura la sua vita”.

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