Santi numi, è viva!

Ogni tanto mi arriva una mail, con la quale WordPress mi informa che qualcuno ha iniziato a seguire questo blog. Prima di tutto, quindi, salve. Come va? Tutto bene? Ottimo.

Come avrete notato, non aggiorno da un po’. In realtà mi sono accorta che lavorare prende molto tempo (sorpresona, eh?) e che forse tenere un blog non è, al momento, la mia priorità. Ci ho provato, lo avete visto tutti. Dicono che si deve fare, che così i follower attiveranno il passaparola che contribuirà alle vendite e insomma, si deve. Io però non lo sto facendo, perché sono un po’ ribelle dentro.

Se vi siete iscritti qui, però, significa (spero) che vi interessa seguirmi. Nel caso, dunque, in cui non abbiate solo sbagliato a cliccare, potete venirmi a trovare su Facebook o sul sito che sto faticosamente provando a costruire.

Ma lo avrò di nuovo, un blog? Pubblicherò altri libri? Scriverò qualcosa di bello su Facebook? Non so, ho la faccia da veggente? Se vi interessa, lo scopriremo insieme.

Quello che mi dite ora

Poco prima che uscisse il mio romanzo, avevo fatto un post in cui parlavo di cosa mi sentivo dire spesso. Adesso che è passato un po’, forse, è il caso di riparlarne. Dunque, cosa mi sento dire ora?

“È scritto in italiano!”
No, ok, non mi sento dire davvero così. Il modo più comune di dirlo è: in un italiano perfetto. Cosa che lusinga, senza dubbio, ma che fa anche un po’ sorridere. Boh, meno male, insomma. Viene però da chiedersi cosa leggiate di solito.

“Vabbè, è ovvio che sei tu.”
Sarò sincera: io ci ho rinunciato. Anna non ha ammazzato nessuno, quindi se volete credere che sia io va bene. Fate voi. Ci mancherebbe. Vale la pena, però, di fare una riflessione su questo bizzarro fenomeno: me lo dite come se fosse un segreto che avete scoperto, vi sentite furbi, intelligenti. Lo sussurrate piano, con un sorrisetto. Mi dispiace darvi fastidio, quindi non proverò nemmeno a rispondere. In fondo, ha importanza? Se il romanzo vi è piaciuto, va bene così. Di sicuro ho capito che narrare in prima persona di una ragazza della mia età provoca questo effetto. Be’, ok. Vi dirò: non mi dispiacerebbe nemmeno essere Anna, le voglio bene. Forse a volte vorrei essere Lidia, però ci si accontenta. E sapete qual è il problema? Che davvero non gliene frega niente a nessuno, che sia io o meno. Pensatelo, se vi pare. Solo, per favore, non sentitevi furbi e non chiedetemi se è vero per poi accusarmi di mentire quando rispondo.

“La protagonista sono io.”
Questa è una sorpresa. Sì, probabilmente tutti ci facciamo le paranoie di Anna. Tutti abbiamo dentro un’emotività sgocciolante e ridicola, che soffochiamo per non sembrare dei folli. Anna non è da meno, ma il lettore può entrare nella sua testa e spiare i suoi pensieri. Ormai ho raccolto parecchie testimonianze di varie “Anne” che si rivedono del tutto nella mia protagonista. Ed è bello. Mi fa davvero piacere. Ho sempre avuto il timore che l’avreste odiata, la mia povera Anna.

“Ma quando pubblichi il prossimo?”
Santo cielo, un attimo. Cioè, in realtà ne sto scrivendo due. Ma suppongo ci voglia un po’ di tempo.

 

 

Exòrma: scelte coraggiose, da premiare

Come ormai avrete capito, mi piace approfittare delle fiere del libro per scoprire nuove case editrici. Stavolta ho visitato (spendendo di nuovo troppo) il BookPride milanese nella sua seconda edizione. Sono tornata a casa con buste piene di libri, e oggi vi parlo dei primi due che ho divorato.

A me piacciono le cose belle: i volumi della Exòrma, infatti, lo sono. Si tratta di piccoli libri, ma le copertine sono adorabili. Avrei voluto comprarli tutti. Mi sono fermata al loro stand a guardarli, sfogliarli, ascoltare di cosa parlavano. Ne ho presi due, alla fine. Chi stava dall’altra parte del banchetto mi ha detto: facci sapere che ne pensi, ci teniamo. Sono piccole cose, poche parole, ma ho apprezzato l’attenzione che avevano per i miei movimenti, per quel che sceglievo. Mi piace quando l’editore ama i libri che pubblica. Dunque, cosa ne penso?

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Il primo è Neve, cane, piede di Claudio Morandini. Si tratta di un titolo che ho subito inserito nella mia personale lista della “letteratura d’inverno”, ovvero quei libri un po’ malinconici, forse un po’ tristi, ambientati in mezzo alla neve e con protagonisti solitari. Come il mio, del resto. Ne avevo già sentito parlare, quindi l’ho preso al volo. Non me ne sono pentita: è davvero particolare. Adelmo Farandola, il solitario personaggio che porta il lettore nel suo mondo gelido e isolato, ha saputo intenerirmi e disgustarmi allo stesso tempo. Sono rimasta davvero colpita dal tono dolce, lento, dall’atmosfera di una narrazione semplice ma che sa dire molto in poche parole. Se non conoscete questa storia, rimediate in fretta. Ne vale la pena. La conclusione, poi, che svela i retroscena della nascita del libro, è stata un’aggiunta molto interessante da leggere.

Cop_Brentani_NUOVAL’altro titolo al quale non ho saputo resistere è Per oggi non mi tolgo la vita di Alfonso Brentani. Questo l’ho preso proprio a caso, non ne sapevo nulla. Sono stata catturata dal titolo (ormai avrete capito che tendo ad avere letture allegre), dalla copertina, non so. Si tratta di un lungo flusso di coscienza, che ho letto a occhi sgranati chiedendomi se ce l’avrei fatta a reggere un ritmo così incalzante. A ogni punto il lettore riprende fiato: io sono andata avanti di corsa, mi sentivo quasi in ansia, dovevo finirlo. E da queste parole potrebbe sembrare che non mi sia piaciuto, ma non è così: apprezzo il coraggio della Exòrma di pubblicare un titolo con un ritmo narrativo così diverso dal solito, e in realtà leggendolo si inizia a provare affetto per il protagonista. Dentro c’è un sacco di roba: suicidio, psichiatria, psicologia, il male di vivere con cui tutti prima o poi ci scontriamo. Le tematiche mi interessano molto, e vengono esplorate dal punto di vista del paziente che si ritrova perso in mezzo alle soluzioni proposte da ogni lato. E poi, alla fin fine, non si sa nemmeno se una soluzione la si desidera davvero. Molto originale, ve lo consiglio se siete in cerca di qualcosa che sia diverso e che vi tenga attaccati dall’inizio alla fine.

Insomma, poi ho dato un’occhiata a tutto il catalogo e la Exòrma è una casa editrice che adoro. Li voglio tutti. Già da questi due titoli mi pare di capire che amerò anche gli altri.
Ricordate che lì fuori esistono libri come questi che vi aspettano. Sosteneteli, e sostenete quegli editori che li scelgono. Funziona meglio che star lì a lamentarsi delle pubblicazioni più di successo. Comprateli, parlatene. Per favore. Così anche io potrò trovarne di più.

Un certo tipo di mese

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Sì, lo so che devo piantarla con questi titoli.

Il ventiquattro di febbraio usciva il mio primo romanzo, Un certo tipo di tristezza. Noi umani tendiamo a dare un significato alle date, al passare dei giorni, quindi si può dire che ieri è stato il mesiversario dell’uscita. Si può dire, ma noi che siamo persone serie non lo diremo e ci limiteremo a constatare che sì, sono passati ormai più di trenta giorni.
Ci sono molte cose che scopri solo quando un tuo lavoro finisce nelle mani altrui: prima di tutto, le potenzialità del confronto. Un esordiente che si è aggrappato alla testa per evitare che finisse tra le nuvole sa cosa aspettarsi in fatto di vendite e compensi, ma non sarà mai abbastanza preparato alle parole degli altri. Io, devo dire, sono stata fortunata. Ho ricevuto pareri, consigli e indicazioni da personcine bellissime, che mi hanno spinto a riflettere e considerare le opinioni di chi si è fatto lettore.
Il rischio di tramutarsi in un pavone è tangibile: ci sono i parenti che si sbrodolano in lodi eccessive, c’è chi ha letto appena mezza pagina giusto per poter citare un nome che non fosse sbagliato e ti dice che adora tutto, c’è chi sgancia solo un timido aggettivo per togliersi dall’impiccio. Chi ti dice “bello” rimane nel tuo cuore a lungo, perché basta poco per far felice uno scrittore. Ma non ti aiuta a crescere.
C’è poi il lettore-samaritano, ovvero colui che si prende la briga di annotare cosa non lo convince e te lo porge in dono, spesso fraintendendoti, ergendosi a critico quando magari ha letto solo Il piccolo principe, e ti fa notare errori che se ti chiamassi Ammaniti sarebbero i punti forti del tuo stile. Questo, però, aiuta: i lettori sono lì fuori, e sono eserciti con in mano solo il loro giudizio. Fino a prova contraria era per questi che scrivevi. Fattene una ragione, e se in cinquanta criticano proprio quel punto lì non è perché non leggono abbastanza e non hanno capito. È perché tu devi riuscire a parlare con loro.
C’è anche altro, e devo dire che c’è molto. Più del guadagno economico, più dello scalare le strane classifiche dai misteriosi algoritmi che, si dice, le conquisti cliccando sette volte in basso a destra nelle notti di luna piena se intanto esprimi un desiderio, mi interessa proprio la voce di chi legge. Te la devi conquistare, perché il lettore è un animale diffidente. Ha preso già troppe batoste, ha una reputazione da mantenere e non ti darà mai cinque stelline perché sei uno di quelli lì: un esordiente, un emergente. Sei uno che scrive, e fa un po’ senso. Hai dentro quell’emotività che ribolle, quella voglia di fare le settecentosessantadue domande che vorresti fare (e sono solo sul primo capitolo), hai addosso la frustrazione dei “bello” ricevuti in fretta quando volevi notti di passione in cui, nel silenzio, una bocca ti avrebbe dato il piacere che sogni da quando hai vita: una recensione che tocchi ogni aspetto di cui parlavi, che commuova, che dia un senso al lavoro che hai fatto.
Rassegnati: gli scrittori, che siano puri o incroci bastardi tipo gli emergenti, sono una razza che si nutre di insoddisfazione. I lettori non ti capiranno, non ti vorranno, non sarai mai abbastanza. E allora nutriti, e stai zitto, e sii grato.
Io ci sto provando, e di commenti sto diventando grassa. Come dicevo, sono fortunata. Forse sono partita con le aspettative giuste, e ora che addirittura c’è chi mi loda rimango a bocca aperta. Dopo un mese, posso dirlo: è bello. In barba a chi non leggerebbe nemmeno se farlo potesse salvargli la vita, in barba a chi si vergogna di esistere perché mettere “mi piace” a una pagina sarebbe uno sforzo eccessivo ma poi mi invita a farlo con l’arancineria del fratello della fidanzata dell’amico che si trova in Sardegna (e io, in Sardegna, non ci sono mai stata. Scusa, tizio a caso: dubito che andrò mai nella tua arancineria sarda), io mi sto divertendo.
Se vi capita di leggere il mio romanzo, fatemi un favore: divertitevi anche voi. E poi ditemelo. Non c’è bisogno di diventare dei critici d’arte: se poi vi piace, basta un “bello”. Davvero.